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6 febbraio 2015 Marina Masi

Sezionato, studiato, a volte sopravvalutato, il cervello umano è l’organo misterioso per eccellenza: sede del “pensiero” , contenitore di informazioni, “processore” di dati, immagini, suoni, sapori, emozioni. Alcuni cervelli VIP sono stati estratti post-mortem e messi al servizio della scienza al fine di catturarne peculiarità e funzioni. Si pensi per esempio al fisico Einstein, la cui materia grigia si scoprì essere dotata di un maggiore sviluppo rispetto alla media, a dimostrazione dello sfrenato genio del suo legittimo proprietario.

Per quanto ancora poco si sappia del funzionamento del nostro sistema cognitivo e dell’organo ad esso deputato, la comunità scientifica si è spesso posta il problema di come fare ad emularne e riprodurne il funzionamento. Di questo si occupa, formulando teorie in continuo divenire, l’Intelligenza Artificiale.

Sicuramente il termine A.I. rimanda a scenari futuristici o al set di qualche film di fantascienza, in realtà molteplici sono le applicazioni che questa disciplina trova nei più disparati ambiti. Sbloccare il telefonino col sorriso, pensare ad una macchina che “si guida da sola”, catturare immagini dallo spazio alla ricerca di forme di vita, sono solo alcuni degli scenari nei quali le “intelligenze artificiali” vengono utilizzate.

Quando il progetto dell’Intelligenza Artificiale ebbe inizio, molti dei suoi sostenitori più ottimisti, si dissero convinti che, nel giro di quaranta o cinquanta anni, sarebbe stato possibile creare dei programmi dotati di una vera “intelligenza”. Le cose non si sono mosse esattamente in questa direzione e le difficoltà incontrate si sono rivelate molto più profonde di quanto inizialmente non si pensasse. Gli ottimisti, o forse più catastrofisti, immaginavano già la possibilità di vedersi rimpiazzati da una macchina. La realtà dei fatti mezzo secolo dopo li ha ampiamente smentiti: Chi di noi non ha ad esempio in mente la celeberrima scena del film di Stanley Kubric “2001 Odissea nello spazio”, in cui il computer HAL9000 gioca a scacchi con l’astronauta Dave?

Il gioco degli scacchi è uno dei compiti classici: seppur richieda una grande intelligenza da parte di un umano, consta di un insieme di regole perfettamente formalizzabile. La ”intelligenza artificiale” si riduce quindi alla analisi di tutte le possibili mosse ed alla scelta della migliore. Quello che per un umano è grande esercizio di doti intellettuali, per una macchina è un freddo ciclo di grandissima durata e di minuscola abilità. E’ comunque affascinante pensare che un computer marcato IBM sia riuscito a sconfiggere, anche se solo per 2 match su 4, lo scacchista campione del mondo Gari Kasparov.

La sfida, solitamente affrontata per vie “algoritmiche”, alla luce delle nuove possibilità di calcolo parallelo su chip, viene adesso spostata sull’hardware. E’ dello scorso anno la notizia della realizzazione, da parte di IBM, di un “neuro-chip” che processa l’informazione in un modo più simile a quello di un cervello umano che a quello di un computer. Secondo il modello tradizionale, il processore e le memorie sono entità separate, connesse da un canale di comunicazione. Il modello neuronale invece sposta parte della memoria e dell’architettura di comunicazione all’interno del cuore di ognuno dei piccoli processori che compongono “la matrice”. TrueNorth (così si chiama il chip), poiché basato sull’approccio “fisico”, soffre però di un grande handicap: non dispone della stessa flessibilità di apprendimento di un software.

Volendo analizzare la questione più a fondo e alla luce di quanto fin qui discusso, il problema più grosso non consiste tanto nel far fare ad un computer delle “cose difficili”, come giocare a scacchi, bensì nel dotare la macchina di senso comune e capacità di destreggiarsi in situazioni pratiche e se vogliamo banali. Paradossalmente sarebbe necessaria una enorme mole di informazione al fine di permettere ad un calcolatore di interpretare correttamente tutte le possibili situazioni di vita quotidiana in cui potrebbe venire a trovarsi. E anche ammesso che si riuscisse a formalizzare e a fornire tutta l’informazione necessaria, come fare a dotare la macchina della capacità di estrapolare il comportamento corretto e maggiormente adattabile ad un determinato contesto?

Ogni azione può determinare tutta una serie di conseguenze alle quali noi esseri umani siamo in grado di adattarci spesso in pochi secondi e senza troppa difficoltà. E non solo questo. A corredo delle sue capacità logico-matematiche ogni essere umano porta dentro di se, tutto un set di funzionalità che lo rendono non solo materia cognitiva ma anche emotiva, etica, spirituale. Risulta difficile pensare ad una macchina che sappia emozionarsi, che sia in grado distinguere la bellezza, che sappia discernere tra bene e male. E’ da mettere in conto il fatto che, un ipotetico sviluppo di una super intelligenza artificiale, possa in qualche modo rappresentare una minaccia per il genere umano e, a mio avviso, sminuire il valore della vita stessa non come parto di un laboratorio di automazione, bensì come miracolo biologico.

“Il sistema andò online il 4 agosto 1997. SkyNet cominciò ad imparare a ritmo esponenziale. Divenne autocosciente alle 2:14 del mattino, ora dell’Atlantico, del 29 agosto.” – Terminator