L’Italia e l’IT trasformation

L’Italia e l’IT trasformation
6 ottobre 2015 Carlo Testa

Durante la sedicesima edizione del Forum IT, si è fotografato uno spaccato dello stato di salute dell’IT nel nostro Paese e delle tendenze in atto in termini di innovazione e opportunità di crescita. I dati sono incoraggianti. Si parla di un mercato italiano in crescita a due cifre, attestato a 1,463 miliardi di euro, con un +13,4 per cento anno su anno, quasi il doppio della media europea. Parliamo di distribuzione, naturalmente, e in questo ambito, e sempre relativamente al panel d riferimento, sono le Tlc a fare la parte del leone.

Grazie agli smartphone mettono a segno un +112 per cento, seguite dalle soluzioni per datacenter, networking e sicurezza, che crescono del 27 per cento, dai server, con un +16 per cento. Decisamente più modeste le crescite sul versante software, con un contenuto +2%. È uno scenario in completa trasformazione, nel quale nuovi paradigmi di fatto influenzano i comportamenti di acquisto delle imprese e dei privati. Il ruolo dei partner che operano in questo settore è chiaro: “convincere i clienti che è necessario innovare per crescere, tenendo conto dei loro bisogni di risparmio, ma anche delle loro necessità”.

E questo ruolo di supporto alla crescita dei propri clienti, si ricava investendo, ad esempio in ambiti strategici, dall’ERP al datacenter fino ai servizi altamente qualificati in ambiti enterprise. Si potrebbe dire ironicamente che: “dopo anni in cui le imprese hanno continuato a tagliare e risparmiare, oggi devono necessariamente tornare a investire”. Oggi molte aziende, malgrado la situazione complessiva resti difficile sotto il profilo finanziario, continuano ad investire nell’IT”.

Il rischio è che per mantenere e manutenere l’esistente, resti sempre meno budget dell’innovazione. La chiave è identificare le nuove componenti tecnologiche che consentono di innovare pur spendendo meno. Si parla dunque di virtualizzazione dell’infrastruttura di rete, in direzione Software Defined Networking (SDN) e Network Functions Virtualization (NFV). Un certo numero di imprese, purtroppo ancora piccolo, ha colto il momento di trasformazione.

Queste imprese stanno andando benissimo. Peraltro, molte si sono aperte all’internazionalizzazione: chi produce prodotti sofisticati e appetibili fuori Italia, ha aperto all’estero mantenendo una forte presenza nel Paese. Parliamo però di un 20 per cento delle imprese italiane e purtroppo quasi tutte al Nord Ovest, poche nel Nord Est e quasi nessuna al Sud.

Di fondo c’è anche un problema di atteggiamento mentale: le aziende hanno bisogno di persone capaci di mettersi davvero in gioco, aziende in grado di costituire una vera infrastruttura IT che tenga conto che l’interlocutore è cambiato. Gli imprenditori italiani sanno bene che gli investimenti nel sistema informativo devono essere fatti per il loro bene. C’è paura ma non chiusura. Sono disposti a soffrire se poi le cose funzionano: c’è bisogno di esempi positivi, non fermiamoci solo alle startup. Innovare fa paura, l’italiano per natura non è un innovatore, guarda con curiosità, capisce che ci sono opportunità, ma non si butta. Gli altri Paesi di fronte a nuove soluzioni hanno pipeline, fanno progetti.

A noi occorrono due anni per partire. La chiave di volta è far capire i vantaggi competitivi. Andiamo verso un mondo dove non si parla più di quanti dispositivi per utente, ma di migliaia, milioni di oggetti, con sistemi operativi e applicazioni tra le più disparate. Nell’IoT è importante che la sicurezza sia integrata nell’hardware e che si pensi a funzioni e scopi delimitati e definiti per ciascun oggetto connesso. È evidente che c’è spazio per nuove soluzioni e servizi, anche in modalità SaaS, in grado di gestire questa complessità.