PROJECT SPARTAN

PROJECT SPARTAN
3 aprile 2015 Marina Masi

Ci sono voluti 20 anni e ben 11 versioni, ma a quanto pare la sua icona azzurra non comparirà più sui nostri Desktop: stiamo parlando di Internet Explorer. Non sembra vero a dirsi poiché è ormai entrato “de facto” nell’immaginario di tutti i navigatori web del mondo e ancor di più, negli incubi di tutti i web developer. Internet Explorer esordì nell’ormai lontanissimo ’95 e non fu da subito incluso nell’omonimo Windows, bensì inserito nel pacchetto Windows 95 Plus! Pack. Ad onor del vero e per i nostalgici, va osservato che ad Internet Explorer si deve il merito di essere stato uno dei primi strumenti per la navigazione su web.

E’ stato ad esempio (a partire dal ’97 con Internet Explorer 3) uno dei primi Browser ad implementare i CSS, a supportare il Dynamic Html per la modifica dinamica delle pagine tramite javascript, a supportare Applet java e controlli ActiveX. E’ lecito a questo punto domandarsi cosa abbia fatto di Explorer l’elemento di punta nella lista nera dei browser. Se fino alla versione 6 era possibile scegliere di installarlo come un componente separato rispetto al sistema operativo, da quel punto in poi Microsoft scelse di renderlo parte integrante di Windows ed in quanto tale molto difficilmente disinstallabile. Questa mossa, non solo tradisce la presunzione da parte della casa madre di voler render Explorer l’unica scelta a disposizione dell’utente del suo sistema operativo, ma costituisce il primo passo verso la disfatta.

Ormai non più preoccupata per la concorrenza di Netscape e con il monopolio di una grossa fetta di mercato, Microsoft fa il passo falso di smettere di innovare e lasciare Explorer alla versione 6 per un periodo lungo ben 5 anni. Da re indiscusso del web, il browser divenne icona di immobilismo e facile preda della nascente concorrenza dei moderni e maggiormente prestanti Mozilla Firefox ed Opera. Dopo tanti anni di onorata carriera risulta evidente come la difficoltà maggiore a questo punto, non sia legata alle prestazioni o all’offerta di funzionalità che, con IE11 diventano paragonabili a quelle dei suoi diretti concorrenti, bensì alla ormai cattiva nomea conquistata a suon di bug, falle di sicurezza, enormi problemi di compatibilità che hanno caratterizzato in particolar modo le versioni precedenti alla 8. E’ di qualche mese la notizia della prossima uscita, insieme a Windows 10, dell’ultimo lavoro della software house di Redmond: Project Spartan.

Il fratello minore di Internet Explorer è già disponibile in versione di prova e, dai benchmark su prestazioni ed esperienza utente, sembra promettere bene. Il nuovo browser presenta una serie di funzionalità aggiuntive, che includono una vista ottimizzata per la lettura e la possibilità di disegnare e scrivere note direttamente sulla pagina. Le pagine “annotate” potranno essere condivise sui Social Network, inviate tramite mail o salvate su OneNote. L’assistente vocale di Microsoft, meglio noto come Cortana, verrà a sua volta integrato in maniera da semplificare l’esperienza di browsing e l’utente avrà la possibilità di tenere nota di tutte le pagine web (o pdf) da leggere in futuro, in una comodissima Reading List. Ad ogni modo, la novità più importante di Spartan è sotto la scocca: il motore di rendering Trident.

Quest’ultimo prospetta prestazioni pari o addirittura superiori dell’ormai quasi incontrastato Google Chrome. Trident è anche il nome in codice del motore di rendering della serie IE, ma dalla versione alla base di Spartan, sono state rimosse tutta quella serie di funzioni e comportamenti che non permettevano al codice HTML-compliant di essere visualizzato correttamente senza l’utilizzo di artifici a cui gli sviluppatori erano soliti ricorrere per garantire interoperabilità dei siti tra i vari browser. Aldilà di qualunque considerazioni su tecnologia, innovazioni e cambiamenti, la vera domanda da porsi è la seguente: si tratta davvero di un prodotto nuovo o piuttosto di una operazione di marketing atta a riabilitare la ormai compromessa immagine di un prodotto che in fondo era già maturo a sufficienza? Ai posteri l’ardua sentenza.