Start-up e innovazione: di cosa si tratta, come funziona e perché è così di moda?

Start-up e innovazione: di cosa si tratta, come funziona e perché è così di moda?
13 febbraio 2015 Silvia Di Gennaro

 

La parola più utilizzata del momento in imprenditoria è senza dubbio start-up. Termine inglese, di forte impatto emotivo, evoca qualcosa di innovativo, giovane e nuovo

 

Ma cos’è davvero una start-up? Quali sono i vantaggi nel mettere in piedi un progetto del genere? E perché sta avendo così successo questo nuovo modo di fare impresa? Scopriamolo insieme ed entriamo nel mondo degli startupper.

La start-up innovativa è a tutti gli effetti una tipologia di impresa, istituita con legge n. 221/2012. Si tratta di una società di capitali, avente come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto contenuto tecnologico.

È costituita e svolge attività d’impresa da non più di 48 mesi dalla presentazione della domanda di iscrizione al Registro delle imprese, ha sede prevalente in Italia, il totale del valore della sua produzione annua non è superiore a cinque milioni di euro, non distribuisce e non ha distribuito utili, non è stata costituita a seguito di scissione, fusione o cessione ed investe attivamente in ricerca e sviluppo.

Ma quali sono i vantaggi che portano alla diffusione sempre più capillare di questo fenomeno in Italia? Sicuramente gli incentivi sono molteplici. Vediamone alcuni:

Abbattimento degli oneri per l’avvio d’impresa

Disciplina più flessibile in materia di lavoro

Agevolazioni per l’assunzione di personale altamente qualificato

Crowdfounding, ovvero finanziamento collettivo da parte di imprese e privati

Accesso semplificato al credito attraverso la concessione di garanzie sui prestiti bancari

Sostegno ad hoc nel processo di internazionalizzazione

 

Alcuni dati di “InfoCamere”, servizio reso da registroimprese.it, grazie alle informazioni fornite dalle Camera di Commercio italiane, sono utili a farci capire il fenomeno.

Nel 2014 sono nate più di 400 nuove start-up in Italia, giungendo a quota 2.630. Si tratta dello 0,18% sul totale di società di capitale iscritte in Italia (nel 2013 erano lo 0,15%). La maggior parte sono nate nel settore dei servizi alle imprese. La regione più prolifera è la Lombardia (con 698 start-up), seguita da Emilia-Romagna e Lazio. La Sicilia ne conta 119 e diciamo che il panorama siciliano in termini di sviluppo e creazione di nuovi progetti imprenditoriali sembra particolarmente attivo.

Per mettere in piedi una start-up non basta solo avere una buona idea, rientrare all’interno dei parametri normativi ed avere i mezzi per costruire un progetto. Bisogna anche creare una rete.

Fare network, entrare in una community, essere partecipativo e anticipare i tempi sono regole del gioco fondamentali se si vuole fare start-up “intelligente”, oltre che innovativa. Quello degli startupper è un micro-cosmo, fatto di formazione, social network e continui aggiornamenti.

Solo così è possibile scovare possibilità di finanziamento a livello europeo e/o nazionale e solo utilizzando i giusti canali è possibile entrare in una sorta di “incubatore per start-up”. Associazioni, aziende, investitori e istituzioni fanno parte di un ecosistema che aiuta le start-up a fare impresa, a trasformare competenze scientifiche e tecnologiche in nuove imprese innovative, sostenendo team pieni di talenti ed idee nel loro costante lavoro: dall’implementazione e validazione del prodotto, accelerandone il processo di sviluppo, fino al lancio sul mercato.

In verità, i programmi di incubazione esistono già da molto tempo e le start-up, seppur in silenzio, hanno sempre goduto di grandi successi.

Oggi è solo cambiato l’interesse. L’attenzione si è focalizzata di più sul mercato dell’Internet of Things. È senza dubbio il settore più interessante sia per chi vuole fare start-up oggi che per chi vuole investire. È in crescita costante e promette di crescere ancora di più. Si pensi solo agli sviluppi sulle case connesse, sulla salute con il monitoraggio costante dei pazienti, alla produzione di beni con tecnologie che promettono di abbattere costi. I feedback sono positivi da ogni parte.

Non dimentichiamo però l’ingrediente principale che una start-up innovativa deve possedere: una buona idea, nuova, geniale, che faccia pensare a nulla di simile sul mercato, un’idea fresca e di impatto sul target di riferimento; insomma, un’idea che faccia parlare di sé.

La hit parade delle migliori start-up del 2014 vede un braccialetto intelligente che legge i dati fisiologici del nostro corpo (battito cardiaco, conduttività della pelle, temperatura corporea), un’app che sincronizza la propria collezione musicale con i testi delle canzoni, gli eco-binari che producono energia, un’applicazione che indica lo stato di salute delle aziende, una stampante 3D in grado di lavorare materiali diversi dalla plastica, e poi tutta una serie di soluzioni per vivere la città smart, dal trasporto pubblico ai parcheggi, dal carsharing al cicerone virtuale per andare alla scoperta di nuovi posti.

Ovviamente, la start-up deve raggiugere il suo obiettivo e non rimanere per sempre un microcosmo.  Il successo di una start-up è misurato dall’exit, ossia il momento in cui viene acquisita da un’azienda già strutturata. E’ il discriminante tra chi ce l’ha fatta e chi no. Peccato che l’Italia non eccelle per fiutare talenti o non investe in nuove attività ormai da molto tempo.

Delle 12 maggiori exit di startup italiane negli ultimi anni, 11 vengono da acquisizioni da parte di società straniere, o da Ipo (offerta pubblica d’acquisto) su borse estere. Una sola è rimasta in Italia, la milanese Triboo, quotata nel 2014 alla Borsa di Milano. Il controvalore totale delle acquisizioni è di poco meno di 2,5 miliardi di euro. La maggior parte di questi capitali arriva dagli Stati Uniti e dal Regno Unito (con Irlanda e Russia a completare il quadro).