Tecnologia indossabile

Tecnologia indossabile
21 novembre 2014 Marina Masi

Portiamo tecnologia con noi da tempi immemori: negli anni ’90 i geeks indossavano orologi con la calcolatrice o piccoli PDA e, a dover di cronaca, il primo vero “wearable” della storia consiste in un anello/collana contenente un abaco, introdotto durante i tempi della dinastia Qing (l’ultima dinastia imperiale Cinese).

Seppur comunque “made in China”, le caratteristiche dei wearables odierni sono molto distanti dall’abaco del 1600: CPU molto potenti e grandi quantitativi di memoria, fotocamere ad altissima risoluzione, dispositivi di tutti i tipi (giroscopi, bussole, accelerometri, sensori di temperatura, luminosità, prossimità, battito cardiaco, …) sono facilmente integrabili in pochissimi millimetri cubi di volume e quindi molto semplici da incastonare all’interno di bracciali, occhiali, magliette, scarpe e quant’altro si possa indossare.

La realtà… aumentata?

Dispositivi come i Google Glass, ad esempio, sono in grado di proiettare direttamente su una lente vicina all’occhio (tipicamente un paio di occhiali), un’interfaccia. Quest’ultima va a sovrapporsi parzialmente o completamente al campo visivo dell’utente aumentandone la realtà percepita. I possibili utilizzi vanno dalla semplice comunicazione immersiva, ad esempio guardare direttamente il proprio interlocutore come se lo si avesse davanti, a tutta una serie di funzionalità che si sovrappongono alla realtà e ne aumentano il contenuto informativo. Ad esempio, in visita ad una città a noi completamente sconosciuta, potremmo visualizzare un itinerario da seguire o informazioni dettagliate su quello che stiamo osservando, senza distogliere lo sguardo verso un altro dispositivo. I navigatori satellitari potrebbero proiettare le indicazioni sulle svolte facendole percepire come direttamente disegnate sulla strada oppure potremmo leggere il quotidiano senza preoccuparci di doverne sfogliare le pagine.

Dispositivi noti come “smart watch”, in maniera meno invasiva, propongono una gamma molto simile di funzionalità. Oltre alla possibilità di rilevare dati quali battito cardiaco, temperatura corporea o umidità della pelle e dedurre quindi il quantitativo di attività fisica, possono contare i passi o l’intensità dell’allenamento della persona che li indossa. Un esempio tipico è rappresentato da FitBit o dagli Android Wearables (Galaxy Gear, SmartWatch) oppure ancora dagli Apple Watch.

Possibilità, oltre l’intralcio.

Le applicazioni per questa classe di dispositivi sono pressoché infinite e vanno dall’integrazione sensoriale al fashion design, fino all’onnipresente applicazione “militare”.

L’integrazione sensoriale consiste, ad esempio, nella possibilità di aiutare gli ipovedenti integrando o migliorando l’immagine percepita dai loro occhi, oppure di fornire supporto all’utilizzo di strumentazioni particolari come caschi per la saldatura, o sistemi di guida complessi (gru, manipolatori…).

Altri possibili scenari di utilizzo includono anche il campo sanitario: i medici potrebbero lavorare in team seguendo lo stesso intervento, prendendo nota o guidando gli strumenti chirurgici come se li avessero davanti.

Le applicazioni militari sono, anche in questo caso, infinite: assistenza dei soldati in battaglia, operazioni hands-free, teaming e cartografie.

Miti e realtà.

Le infinite possibilità si scontrano innanzitutto con un piccolo grande problema: la riserva di energia. A meno di trasportare uno zaino dotato di pannello solare, pala eolica e quant’altro di alternativo possibile (c’è chi pensa addirittura di sfruttare la pressione sotto i talloni o la forza delle mandibole per generare micro-energia), saremo costretti a trascorrere sempre più la nostra esistenza a collegare e scollegare i dispositivi dalla spina.

Attualmente le batterie consentono un utilizzo davvero ridotto di questi dispositivi: uno smartphone mediamente utilizzato va ricaricato una volta al giorno mentre la durata di un wearable è inferiore ai 2-3 giorni.

Un altro problema è l’imprecisione dei sensori: alcuni di questi promettono di misurare la pressione sanguigna senza l’utilizzo di una fascia, altri invece di rilevare il quantitativo di glucosio nel sangue tramite misurazioni di luce riflessa.

La realtà è molto diversa: questi ultimi sono soltanto in grado di “stimare” i valori biometrici, senza alcuna garanzia di correttezza. L’imprecisione è tale da renderne impossibile il reale impiego per scopi medicali. I limiti sono molteplici ed uno su tutti è dato dal fatto che il wearable è universale ma va adattato a condizioni che sono troppo specifiche per essere, con la tecnologia attuale, applicate al singolo individuo al fine di produrre un dato certo e significativo.

Un altro piccolo spunto, di natura etica più che tecnica, riguarda il fatto che, tramite i “wearable”, la già onnipresente tecnologia entrerà “de facto” ed in maniera sempre più impercettibile nella nostra quotidianità.

Lì dove tanta filmografia futuristica promuove un processo di umanizzazione della macchina che da puro “marchingegno” diventa “marchingegno conscio”, un’analisi più attenta e “non aumentata” della realtà che ci circonda ci mostra piuttosto un processo di alienazione dell’uomo nella tecnologia.